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Commento al Vangelo della Domenica (a cura di don Luca Principi)
inserito il 07/02/09
V Domenica del Tempo Ordinario
Il tema dominante della Parola di Dio in questa liturgia è l’angoscioso problema della sofferenza. Il dolore, per la nostra vita, è uno dei grandi misteri. A volte ci si chiede quale sia l’atteggiamento di Dio nei confronti della condizione umana e ci si domanda se vi assiste come muto spettatore, indifferente al grido di dolore che sale ininterrottamente verso di lui. Se ci guardiamo dentro, anche noi prima o poi veniamo a confrontarci con questo interrogativo, perché è una questione decisiva non solo per la nostra vita, ma per la vita di tutti.
Per il vangelo Gesù è la risposta definitiva al dramma del dolore. Dio non è spettatore indifferente, tanto meno un avversario che gioisce della nostra sventura. Gesù ci dice che il Padre consola e risana, che si china sull’umanità per fasciarne le ferite e consolare i cuori. Per questo Gesù a Cafarnao accoglie tutti gli ammalati e indemoniati della città al tramonto del sole e si prende cura di loro. Attraverso di essi manifesta la sua figliolanza divina. Marco ci presenta così una giornata-tipo del ministero di Gesù, un’anteprima di quella che sarà la sua attività in tutta la Galilea e nel suo viaggio a Gerusalemme.
Gesù non è l’indifferente. Egli irrompe nella vita dell’uomo toccandone ogni ambito: quello spirituale nel suo andare al tempio; quello famigliare nell’entrare nella casa di Simone, quello pubblico nel sostare in piazza a disposizione di tutti. Per ogni situazione della vita dell’uomo Gesù ha una risposta. Ogni necessità è ascoltata ed accolta, e con piena disponibilità interviene a trasformarla, cambiarla perché riveli la bontà misericordiosa del Padre.
I miracoli che Gesù compie sono segni che interpellano la libertà umana. In sé non fondano ancora la fede. In tutto l’arco della vita Gesù lotterà come noi contro il dramma della sofferenza e della morte fino a sperimentarne la debolezza sulla sua carne. Suo compito non è guarire i malati – la guarigione infatti è riservata a pochi ed è comunque sempre temporanea –, ma è rivelare all’umanità che cosa vuol dire essere amati da Dio. Il miracolo non è il fine, ma una delle conseguenze dell’amore di Dio per noi. Un amore che, al di là della
nostra salute fisica, guarda più lontano, guarda alla nostra salvezza, alla redenzione. Caratteristica di una fede matura, quale quella che dovremmo possedere, è la capacità di permeare tutto il comportamento dall’amore e lasciarlo illuminare dallo Spirito. Soprattutto l’esperienza della sofferenza.
Marco pone l’incontro di Gesù con lui nella notte: «si ritirò in un luogo deserto e là pregava». Tutto ha inizio in questo rapporto intimo ed unico con il Padre. In un rapporto simile con il Padre deve essere vissuta anche la nostra esistenza. Essa sarà ancora più intensa se la preghiera avrà una dimensione notturna. Se sarà corroborata dalla difficoltà, dalla fatica e dalla sofferenza. È nel Padre e nella sua Parola che noi troveremo la risposta per ogni nostra avventura umana.